Charlot

​​Palco/carta andata e ritorno

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Show Notes

Arzo è attenta da sempre a una dimensione di teatro narrativo, incentrato prima di tutto sulla parola e sulla magia che un racconto è in grado di generare. Il concetto di teatro di narrazione però è molto mutato nei 26 anni di vita del Festival, e sono di conseguenza cambiate anche le proposte che gli organizzatori - anno dopo anno - presentano al pubblico. Nell’edizione 2026 che si è svolta tra il 20 e il 23 agosto la peculiarità che accomunava gli spettacoli proposti era quella di essere scritti, diretti e interpretati da giovani artisti che per la prima volta si esibivano ad Arzo. Giovani autrici e autori che con chiavi e linguaggi diversi si cimentano tutti con la scrittura drammaturgica e che uniscono alla scrittura propriamente detta, quella su carta, la riflessione di come sul palco dare corpo e voce alle parole. Una pratica che nell’attuale panorama spesso offre belle sorprese e che il Festival ha voluto esplorare anche dedicando spazi di incontro con il pubblico che ruotassero attorno a questo tema. Gli incontri sono stati realizzati insieme al laboratorio di formazione alla drammaturgia Prismi inaugurando una nuova collaborazione che punta anche alla produzione di nuovi testi. Prendendo spunto da una mostra itinerante promossa dall’ufficio federale di Giustizia che il prossimo anno arriverà in Ticino e sarà ospitata al Castelgrande di Bellinzona è così nato il bando di drammaturgia Sulle tracce del silenzio che mira alla creazione di testi teatrali ispirati dalla documentazione proposta dalla mostra sugli internamenti amministrativi forzati avvenuti in Svizzera nella seconda metà del secolo scorso. Con Giulio Santolini, Sergi Casero Nieto, Francesca Astrei e Natalia Lepori.​

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Oct 17, 2026

Il documentario è per definizione il cinema del reale, eppure non ha mai smesso di chiedersi come il reale vada raccontato. Mostrare, ricostruire, nascondere, evocare. Il cinema documentario, in più di un’occasione, ha usato l’animazione per raccontare ciò che le immagini dal vero non potevano o non volevano mostrare. Ma cosa guadagna il racconto e che cosa si rischia, quando la forma si allontana dalla registrazione diretta della realtà? E come può distinguere lo spettatore ciò che è documentato da ciò che invece è ricostruito? In definitiva, ogni scelta di forma è anche una presa di posizione sul proprio contenuto. Lo dimostrano alcune delle opere della 13esima edizione Film Festival Diritti Umani di Lugano, dove la forma è una parte essenziale di ciò che il film dice. Nyumba di Francesco Del Grosso, “casa” in swahili, racconta la storia di cinque migranti approdati in Calabria dopo aver attraversato il Mediterraneo e ricorda la strage di Cutro del 2023. A dare corpo ai loro ricordi è la sand art di Rachele Strangis, con la stessa sabbia della spiaggia dove tutto è accaduto. Il sospetto – Dalla banca al bancone di Piero Martinis è invece un’inchiesta sulla presenza mafiosa in una città immaginaria, Cerate, che ricorda molto da vicino Lugano. E le immagini de Il sospetto sono quasi tutte generate dall’intelligenza artificiale per proteggere le fonti, e il cortometraggio lo dichiara fin dall’inizio. Ospiti di Charlot, Daniele Dottorini, professore associato di cinema all’Università della Calabria e programmatore del Festival dei Popoli di Firenze, autore di La passione del reale. Il documentario o la creazione del mondo (Mimesis, 2018) e, insieme a Vittorio Iervese, di Lessico del reale. Le parole del cinema documentario (Meltemi, 2026). Con lui il regista, sceneggiatore, critico cinematografico e saggista Francesco Del Grosso, autore dei documentari Stretti al vento - Storie di navigazioni in solitario (2008) e Negli occhi (2009); e il documentarista e regista luganese Piero Martinis.

Oct 10, 2026

Il teatro come luogo in cui raccogliere le fonti e archiviare le macerie del presente, ma anche come rifugio in cui cercare senso di fronte a una Storia e a una Realtà che viaggiano a velocità incontrollabili. È la linea che Paola Tripoli, direttrice artistica del FIT Festival (29 settembre-11 ottobre 2026), ha impresso alla 35ª edizione della manifestazione luganese. Gli spettacoli in cartellone non sono soltanto teatro politico: sono l’affermazione di una resistenza a una Realtà/Spettacolo a cui opporre Spettacoli/Realtà. Opere che rifiutano risposte semplici per farsi vera e propria “geografia della rabbia” e “topografia del conflitto”. In un panorama dominato dalla semplificazione digitale, la scena si trasforma in un archivio di corpi e testimonianze, dove lo spettatore smette di essere passivo per farsi testimone consapevole delle fratture del nostro tempo.

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