
Show Notes
® Un romanzo contemporaneo di grande successo che diventa spettacolo teatrale. Una storia in cui i protagonisti sono animali, ma che ha poco del clima rassicurante delle favole e possiede invece la forza espressiva e rivelatrice di una metafora universale. I miei stupidi intenti era già questo quando Bernardo Zannoni, venticinquenne al suo esordio letterario, vinse con questo romanzo il Premio Campiello nel 2022. Ora VicoQuartoMazzini – una delle realtà più interessanti del teatro contemporaneo italiano per la capacità di rileggere la letteratura con gli occhiali del presente – ne ha tratto uno spettacolo prodotto dal LAC di Lugano. Una sfida audace, perché non era semplice restituire l’umanità di queste creature senza tradirne l’istinto primordiale. Una sfida che i registi hanno affrontato con la collaborazione della drammaturga Linda Dalisi — firma tra le più prestigiose della scena italiana, celebre per la capacità di sezionare e ricomporre i classici per il teatro — e a un cast di primo piano su cui spicca l’esperienza di Giuseppe Cederna. Per “Charlot” è l’occasione di parlare con tutti loro, compreso l’autore Bernardo Zannoni, e di interrogarsi sul potere della narrazione, catalizzatrice di memoria tra le macerie del presente, in un confronto serrato tra la dannazione della conoscenza e la salvezza della parola. Prima emissione: 19 aprile 2026
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Il documentario è per definizione il cinema del reale, eppure non ha mai smesso di chiedersi come il reale vada raccontato. Mostrare, ricostruire, nascondere, evocare. Il cinema documentario, in più di un’occasione, ha usato l’animazione per raccontare ciò che le immagini dal vero non potevano o non volevano mostrare. Ma cosa guadagna il racconto e che cosa si rischia, quando la forma si allontana dalla registrazione diretta della realtà? E come può distinguere lo spettatore ciò che è documentato da ciò che invece è ricostruito? In definitiva, ogni scelta di forma è anche una presa di posizione sul proprio contenuto. Lo dimostrano alcune delle opere della 13esima edizione Film Festival Diritti Umani di Lugano, dove la forma è una parte essenziale di ciò che il film dice. Nyumba di Francesco Del Grosso, “casa” in swahili, racconta la storia di cinque migranti approdati in Calabria dopo aver attraversato il Mediterraneo e ricorda la strage di Cutro del 2023. A dare corpo ai loro ricordi è la sand art di Rachele Strangis, con la stessa sabbia della spiaggia dove tutto è accaduto. Il sospetto – Dalla banca al bancone di Piero Martinis è invece un’inchiesta sulla presenza mafiosa in una città immaginaria, Cerate, che ricorda molto da vicino Lugano. E le immagini de Il sospetto sono quasi tutte generate dall’intelligenza artificiale per proteggere le fonti, e il cortometraggio lo dichiara fin dall’inizio. Ospiti di Charlot, Daniele Dottorini, professore associato di cinema all’Università della Calabria e programmatore del Festival dei Popoli di Firenze, autore di La passione del reale. Il documentario o la creazione del mondo (Mimesis, 2018) e, insieme a Vittorio Iervese, di Lessico del reale. Le parole del cinema documentario (Meltemi, 2026). Con lui il regista, sceneggiatore, critico cinematografico e saggista Francesco Del Grosso, autore dei documentari Stretti al vento - Storie di navigazioni in solitario (2008) e Negli occhi (2009); e il documentarista e regista luganese Piero Martinis.
Il teatro come luogo in cui raccogliere le fonti e archiviare le macerie del presente, ma anche come rifugio in cui cercare senso di fronte a una Storia e a una Realtà che viaggiano a velocità incontrollabili. È la linea che Paola Tripoli, direttrice artistica del FIT Festival (29 settembre-11 ottobre 2026), ha impresso alla 35ª edizione della manifestazione luganese. Gli spettacoli in cartellone non sono soltanto teatro politico: sono l’affermazione di una resistenza a una Realtà/Spettacolo a cui opporre Spettacoli/Realtà. Opere che rifiutano risposte semplici per farsi vera e propria “geografia della rabbia” e “topografia del conflitto”. In un panorama dominato dalla semplificazione digitale, la scena si trasforma in un archivio di corpi e testimonianze, dove lo spettatore smette di essere passivo per farsi testimone consapevole delle fratture del nostro tempo.