
Show Notes
La danza degli elementi
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“L’uomo è poco sé stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera e vi dirà la verità”, scriveva alla fine dell’Ottocento lo scrittore e drammaturgo irlandese Oscar Wilde. E in effetti la maschera, enigmatico oggetto antropologico e potente strumento teatrale, da sempre ci consente di prendere le distanze dalla realtà e, al contempo, di meglio metterla a fuoco e interrogarla. In occasione di un importante convegno sulla maschera fra patrimonio museale e dispositivo scenico, organizzato congiuntamente dal MUSEC – il Museo delle Culture di Lugano e dall’Accademia Teatro Dimitri di Verscio, Charlot torna a esplorare la maschera e in particolare le sue pratiche contemporanee, pur tenendo debito conto delle radici in cui affonda la sua tradizione europea, ovvero la Commedia dell’arte italiana. Con Davide Giovanzana, acclamato regista teatrale di origini ticinesi e professore presso l’Università di Tampere in Finlandia, Giulia Filacanapa, professoressa di Studi teatrali presso l’Université Paris 8 e co-curatrice del volume “Le masque scénique contemporain. Enjeux esthétiques et anthropologiques” (Deuxième Époque, 2026), e Colette Roy, pedagoga e creatrice di maschere intere presso l’Accademia Teatro Dimitri, scopriamo come oggi la maschera sia una preziosa risorsa per la formazione di attori e attrici, ma anche uno strumento di riparazione e riconnessione artistica e sociale usato nelle zone di guerra o conflitto come Palestina, Iraq, Ghana, India. E ancora: un dispositivo scenico al centro della ricerca e delle produzioni di alcune delle compagnie più innovative della contemporaneità, per non parlare dei filtri in voga su social media quali TikTok e Snaptchat: queste novelle maschere digitali 3.0 cosa ci dicono del nostro rapporto fra persona, personaggio e realtà?
Il documentario è per definizione il cinema del reale, eppure non ha mai smesso di chiedersi come il reale vada raccontato. Mostrare, ricostruire, nascondere, evocare. Il cinema documentario, in più di un’occasione, ha usato l’animazione per raccontare ciò che le immagini dal vero non potevano o non volevano mostrare. Ma cosa guadagna il racconto e che cosa si rischia, quando la forma si allontana dalla registrazione diretta della realtà? E come può distinguere lo spettatore ciò che è documentato da ciò che invece è ricostruito? In definitiva, ogni scelta di forma è anche una presa di posizione sul proprio contenuto. Lo dimostrano alcune delle opere della 13esima edizione Film Festival Diritti Umani di Lugano, dove la forma è una parte essenziale di ciò che il film dice. Nyumba di Francesco Del Grosso, “casa” in swahili, racconta la storia di cinque migranti approdati in Calabria dopo aver attraversato il Mediterraneo e ricorda la strage di Cutro del 2023. A dare corpo ai loro ricordi è la sand art di Rachele Strangis, con la stessa sabbia della spiaggia dove tutto è accaduto. Il sospetto – Dalla banca al bancone di Piero Martinis è invece un’inchiesta sulla presenza mafiosa in una città immaginaria, Cerate, che ricorda molto da vicino Lugano. E le immagini de Il sospetto sono quasi tutte generate dall’intelligenza artificiale per proteggere le fonti, e il cortometraggio lo dichiara fin dall’inizio. Ospiti di Charlot, Daniele Dottorini, professore associato di cinema all’Università della Calabria e programmatore del Festival dei Popoli di Firenze, autore di La passione del reale. Il documentario o la creazione del mondo (Mimesis, 2018) e, insieme a Vittorio Iervese, di Lessico del reale. Le parole del cinema documentario (Meltemi, 2026). Con lui il regista, sceneggiatore, critico cinematografico e saggista Francesco Del Grosso, autore dei documentari Stretti al vento - Storie di navigazioni in solitario (2008) e Negli occhi (2009); e il documentarista e regista luganese Piero Martinis.