Charlot

​​Nolan, Ulisse e l’impossibilità del ritorno a casa​ ​

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Show Notes

Il regista rilegge il mito omerico in un’opera spettacolare che interroga memoria, colpa e perdita di un mondo distrutto per sempre. È stato l’Evento cinematografico dell’estate – qualcuno direbbe dell’anno – al centro di un vortice di polemiche che per mesi ha preceduto l’uscita nelle sale cinematografiche (poco più di un migliaio nel mondo, per garantire la spettacolare versione IMAX voluta da Nolan). Prima l’Elena di Troia interpretata da un’attrice nera. Poi le accuse di woke da una parte e di appropriazione culturale “Born in the U.S.A.” dall’altra. E ancora: un cast superstellare, ma il meno mediterraneo della storia del cinema, e la presunta credibilità dell’ex soldato Ryan – alias Matt Demon – nelle vesti del tormentato Ulisse dal multiforme ingegno che, reduce da decenni di mare aperto, tenta ancora di tornare alla sua Itaca. Un dibattito che, con l’arrivo del film, è esploso definitivamente, rimbalzando per settimane sui giornali, in quella che chiamiamo l’estate più torrida di sempre (e che, con ogni probabilità, sarà solo la nuova normalità). Noi “Odissey”, il nuovo film di Cristopher Nolan, l’abbiamo visto. E, forti dell’idea che “tradurre” e “trasporre” è sempre, inevitabilmente, anche “tradire” (del resto, le tre parole condividono la stessa radice etimologica) e che quindi un eccessivo accanimento filologico sugli scarti rispetto all’originale testo omerico finisca per diventare sterile, poniamo quella che ci sembra l’unica domanda davvero cruciale: fermo restando che questa non è L’Odissea, ma una Odissea, siamo di fronte a un’operazione cinematografica che ci consegna qualcosa di significativo? Un’opera “che palesa ancora una volta, con forza e intensità, la vita di una storia – quella dell’Odisseo – che continua a circolare nelle vene di un immaginario collettivo”? Per molti (sufficienti?) aspetti, sì. Ne parliamo con la grecista e saggista Cristina Dell’Acqua, docente all’IULM di Milano e autrice de “Il nodo magico. Ulisse, Circe e i legami che ci rendono liberi” (Mondadori, 2021), e con lo scrittore e traduttore Edoardo Rialti, docente di Letterature Comparate e Storia del Cinema e della Letteratura presso l’Istituto Lorenzo de Medici di Firenze, autore di una delle più notevoli e articolare recensioni dedicate al film. ​

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Oct 17, 2026

Il documentario è per definizione il cinema del reale, eppure non ha mai smesso di chiedersi come il reale vada raccontato. Mostrare, ricostruire, nascondere, evocare. Il cinema documentario, in più di un’occasione, ha usato l’animazione per raccontare ciò che le immagini dal vero non potevano o non volevano mostrare. Ma cosa guadagna il racconto e che cosa si rischia, quando la forma si allontana dalla registrazione diretta della realtà? E come può distinguere lo spettatore ciò che è documentato da ciò che invece è ricostruito? In definitiva, ogni scelta di forma è anche una presa di posizione sul proprio contenuto. Lo dimostrano alcune delle opere della 13esima edizione Film Festival Diritti Umani di Lugano, dove la forma è una parte essenziale di ciò che il film dice. Nyumba di Francesco Del Grosso, “casa” in swahili, racconta la storia di cinque migranti approdati in Calabria dopo aver attraversato il Mediterraneo e ricorda la strage di Cutro del 2023. A dare corpo ai loro ricordi è la sand art di Rachele Strangis, con la stessa sabbia della spiaggia dove tutto è accaduto. Il sospetto – Dalla banca al bancone di Piero Martinis è invece un’inchiesta sulla presenza mafiosa in una città immaginaria, Cerate, che ricorda molto da vicino Lugano. E le immagini de Il sospetto sono quasi tutte generate dall’intelligenza artificiale per proteggere le fonti, e il cortometraggio lo dichiara fin dall’inizio. Ospiti di Charlot, Daniele Dottorini, professore associato di cinema all’Università della Calabria e programmatore del Festival dei Popoli di Firenze, autore di La passione del reale. Il documentario o la creazione del mondo (Mimesis, 2018) e, insieme a Vittorio Iervese, di Lessico del reale. Le parole del cinema documentario (Meltemi, 2026). Con lui il regista, sceneggiatore, critico cinematografico e saggista Francesco Del Grosso, autore dei documentari Stretti al vento - Storie di navigazioni in solitario (2008) e Negli occhi (2009); e il documentarista e regista luganese Piero Martinis.

Oct 10, 2026

Il teatro come luogo in cui raccogliere le fonti e archiviare le macerie del presente, ma anche come rifugio in cui cercare senso di fronte a una Storia e a una Realtà che viaggiano a velocità incontrollabili. È la linea che Paola Tripoli, direttrice artistica del FIT Festival (29 settembre-11 ottobre 2026), ha impresso alla 35ª edizione della manifestazione luganese. Gli spettacoli in cartellone non sono soltanto teatro politico: sono l’affermazione di una resistenza a una Realtà/Spettacolo a cui opporre Spettacoli/Realtà. Opere che rifiutano risposte semplici per farsi vera e propria “geografia della rabbia” e “topografia del conflitto”. In un panorama dominato dalla semplificazione digitale, la scena si trasforma in un archivio di corpi e testimonianze, dove lo spettatore smette di essere passivo per farsi testimone consapevole delle fratture del nostro tempo.

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