Charlot

La rivincita dell’horror

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Show Notes

La legittimazione definitiva del genere horror è uno dei fenomeni culturali più sorprendenti degli ultimi anni. Ormai protagonista tanto al cinema quanto nelle serie televisive, ad averla sancita è Sinners — I peccatori, il film diretto da Ryan Coogler, che ha segnato la storia recente degli Oscar con un record di 16 nomination e la conquista di 4 statuette, tra cui quella per il miglior attore a Michael B. Jordan. Un risultato che conferma come l’horror stia attraversando una vera e propria epoca d’oro. Il caso di Sinners è emblematico, e non solo per i numeri. Il film fonde horror soprannaturale, dramma storico e riflessione politica, dimostrando come il genere sia capace di raccontare il presente e il passato con una profondità nuova. Non è più solo paura, ma metafora e specchio delle inquietudini collettive. Un modo per affrontare temi come l’identità, il trauma, la memoria storica e le tensioni sociali. Ma perché l’horror funziona così bene? La ragione va cercata nella capacità di fare propria una delle emozioni primarie dell’essere umano, la paura, intesa non solo come reazione istintiva al pericolo, ma come dispositivo cognitivo legato alla sopravvivenza e alla comprensione dell’ignoto. In altre parole, l’horror ci permette di sperimentare il rischio in un ambiente controllato, trasformando l’angoscia in esperienza condivisa e — paradossalmente — in piacere. Ospiti di “Charlot”, per riflettere sulle ragioni di questo successo, Chiara Fanetti, giornalista, critica cinematografica e responsabile di Cult+, il magazine culturale online della RSI e Cristian Micheletti, sceneggiatore per la fiction, consulente creativo in ambito video, attivo sui social con lo pseudonimo TheNextLine, con oltre 100.000 follower tra Instagram e TikTok.

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Oct 17, 2026

Il documentario è per definizione il cinema del reale, eppure non ha mai smesso di chiedersi come il reale vada raccontato. Mostrare, ricostruire, nascondere, evocare. Il cinema documentario, in più di un’occasione, ha usato l’animazione per raccontare ciò che le immagini dal vero non potevano o non volevano mostrare. Ma cosa guadagna il racconto e che cosa si rischia, quando la forma si allontana dalla registrazione diretta della realtà? E come può distinguere lo spettatore ciò che è documentato da ciò che invece è ricostruito? In definitiva, ogni scelta di forma è anche una presa di posizione sul proprio contenuto. Lo dimostrano alcune delle opere della 13esima edizione Film Festival Diritti Umani di Lugano, dove la forma è una parte essenziale di ciò che il film dice. Nyumba di Francesco Del Grosso, “casa” in swahili, racconta la storia di cinque migranti approdati in Calabria dopo aver attraversato il Mediterraneo e ricorda la strage di Cutro del 2023. A dare corpo ai loro ricordi è la sand art di Rachele Strangis, con la stessa sabbia della spiaggia dove tutto è accaduto. Il sospetto – Dalla banca al bancone di Piero Martinis è invece un’inchiesta sulla presenza mafiosa in una città immaginaria, Cerate, che ricorda molto da vicino Lugano. E le immagini de Il sospetto sono quasi tutte generate dall’intelligenza artificiale per proteggere le fonti, e il cortometraggio lo dichiara fin dall’inizio. Ospiti di Charlot, Daniele Dottorini, professore associato di cinema all’Università della Calabria e programmatore del Festival dei Popoli di Firenze, autore di La passione del reale. Il documentario o la creazione del mondo (Mimesis, 2018) e, insieme a Vittorio Iervese, di Lessico del reale. Le parole del cinema documentario (Meltemi, 2026). Con lui il regista, sceneggiatore, critico cinematografico e saggista Francesco Del Grosso, autore dei documentari Stretti al vento - Storie di navigazioni in solitario (2008) e Negli occhi (2009); e il documentarista e regista luganese Piero Martinis.

Oct 10, 2026

Il teatro come luogo in cui raccogliere le fonti e archiviare le macerie del presente, ma anche come rifugio in cui cercare senso di fronte a una Storia e a una Realtà che viaggiano a velocità incontrollabili. È la linea che Paola Tripoli, direttrice artistica del FIT Festival (29 settembre-11 ottobre 2026), ha impresso alla 35ª edizione della manifestazione luganese. Gli spettacoli in cartellone non sono soltanto teatro politico: sono l’affermazione di una resistenza a una Realtà/Spettacolo a cui opporre Spettacoli/Realtà. Opere che rifiutano risposte semplici per farsi vera e propria “geografia della rabbia” e “topografia del conflitto”. In un panorama dominato dalla semplificazione digitale, la scena si trasforma in un archivio di corpi e testimonianze, dove lo spettatore smette di essere passivo per farsi testimone consapevole delle fratture del nostro tempo.

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