
Show Notes
® Era certamente una donna bellissima. E aveva un passato e un’infanzia difficili. Essere diventata un sex symbol globale e un’icona pop assoluta l’ha resa anche un fenomeno di costume e, insieme ai tanti misteri della sua vita, resta ancora da approfondire anche il ruolo che ha giocato nella nostra società nel superamento di tanti pregiudizi di genere. Per capire però davvero il fenomeno Marilyn Monroe e la fascinazione che ancora esercita grazie a quell’adorabile miscela di candore, ironia e seduzione, è fondamentale studiarla attraverso la sua tecnica di attrice. Una tecnica affinata nel tempo con lo studio incessante, la ricerca costante dei più grandi maestri e un profondo, spesso doloroso, lavoro introspettivo. Quella di Marilyn era una recitazione apparentemente spontanea e leggera, che implicava invece un’enorme consapevolezza e la capacità di decostruire dall’interno gli stereotipi di Hollywood. In occasione del centenario dalla sua nascita - era nata a Los Angeles il 1. giugno 1926 – e mentre si celebra il suo mito un po’ ovunque nel mondo con mostre e nuove pubblicazioni, “Charlot” la ricorda con Cristina Jandelli autrice per Marsilio di Breve storia del divismo (2007) e con Francesco Costa di cui è appena uscito per Giulio Perrone editore A Los Angeles con Marilyn Monroe. Ce qu’il se passe vraiment aux urgences - RTS Prima emissione 31 maggio 2026.
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Il documentario è per definizione il cinema del reale, eppure non ha mai smesso di chiedersi come il reale vada raccontato. Mostrare, ricostruire, nascondere, evocare. Il cinema documentario, in più di un’occasione, ha usato l’animazione per raccontare ciò che le immagini dal vero non potevano o non volevano mostrare. Ma cosa guadagna il racconto e che cosa si rischia, quando la forma si allontana dalla registrazione diretta della realtà? E come può distinguere lo spettatore ciò che è documentato da ciò che invece è ricostruito? In definitiva, ogni scelta di forma è anche una presa di posizione sul proprio contenuto. Lo dimostrano alcune delle opere della 13esima edizione Film Festival Diritti Umani di Lugano, dove la forma è una parte essenziale di ciò che il film dice. Nyumba di Francesco Del Grosso, “casa” in swahili, racconta la storia di cinque migranti approdati in Calabria dopo aver attraversato il Mediterraneo e ricorda la strage di Cutro del 2023. A dare corpo ai loro ricordi è la sand art di Rachele Strangis, con la stessa sabbia della spiaggia dove tutto è accaduto. Il sospetto – Dalla banca al bancone di Piero Martinis è invece un’inchiesta sulla presenza mafiosa in una città immaginaria, Cerate, che ricorda molto da vicino Lugano. E le immagini de Il sospetto sono quasi tutte generate dall’intelligenza artificiale per proteggere le fonti, e il cortometraggio lo dichiara fin dall’inizio. Ospiti di Charlot, Daniele Dottorini, professore associato di cinema all’Università della Calabria e programmatore del Festival dei Popoli di Firenze, autore di La passione del reale. Il documentario o la creazione del mondo (Mimesis, 2018) e, insieme a Vittorio Iervese, di Lessico del reale. Le parole del cinema documentario (Meltemi, 2026). Con lui il regista, sceneggiatore, critico cinematografico e saggista Francesco Del Grosso, autore dei documentari Stretti al vento - Storie di navigazioni in solitario (2008) e Negli occhi (2009); e il documentarista e regista luganese Piero Martinis.
Il teatro come luogo in cui raccogliere le fonti e archiviare le macerie del presente, ma anche come rifugio in cui cercare senso di fronte a una Storia e a una Realtà che viaggiano a velocità incontrollabili. È la linea che Paola Tripoli, direttrice artistica del FIT Festival (29 settembre-11 ottobre 2026), ha impresso alla 35ª edizione della manifestazione luganese. Gli spettacoli in cartellone non sono soltanto teatro politico: sono l’affermazione di una resistenza a una Realtà/Spettacolo a cui opporre Spettacoli/Realtà. Opere che rifiutano risposte semplici per farsi vera e propria “geografia della rabbia” e “topografia del conflitto”. In un panorama dominato dalla semplificazione digitale, la scena si trasforma in un archivio di corpi e testimonianze, dove lo spettatore smette di essere passivo per farsi testimone consapevole delle fratture del nostro tempo.