Charlot

Cronaca di un’apocalisse annunciata

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Show Notes

® «Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla» la frase, attribuita a Lao Tzu, è perfetta per raccontare la nostra ossessione contemporanea per l’apocalisse. Viviamo infatti in un’epoca in cui la fine del mondo è evocata un po’ ovunque. Film, serie tivù, videogiochi, romanzi. Ma cosa ci affascina nell’immaginare la catastrofe? Perché siamo così attratti da ciò che, in teoria, dovrebbe spaventarci? Forse perché, almeno nella finzione, quello è uno spazio sicuro. È un luogo dove possiamo confrontarci con l’idea di apocalisse senza esserne travolti per davvero. Perché ogni racconto post-apocalittico, in fondo, è un racconto di rinascita. In cui qualcuno, alla fine, resiste e trova una ragione per poter andare avanti. La fine del mondo diventa così specchio della possibilità di sopravvivere alla nostra stessa paura. Dopotutto l’immaginario apocalittico abbraccia l’intera storia del cinema, da Nosferatu a L’esercito delle 12 scimmie, fino a serie come The Last of Us, Fallout e Pluribus che parlano di umanità e identità, più che di catastrofi. Ospiti di Charlot, per raccontarci di come ogni epoca veda nella fine del mondo il riflesso delle proprie ansie e del proprio bisogno di senso, il critico cinematografico Giuseppe Ghigi, autore del saggio “Si salvi chi può! Cinema, apocalisse e altri disastri” (Marsilio, 2022) e lo scrittore e autore televisivo Emiliano Ereddia i cui romanzi “Il settimo cerchio” (Il Saggiatore, 2024) e “L’oltremondo” (Alessandro Polidoro Editore, 2025) s’ispirano proprio all’immaginario apocalittico. Prima emissione: 14 dicembre 2025.

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Oct 17, 2026

Il documentario è per definizione il cinema del reale, eppure non ha mai smesso di chiedersi come il reale vada raccontato. Mostrare, ricostruire, nascondere, evocare. Il cinema documentario, in più di un’occasione, ha usato l’animazione per raccontare ciò che le immagini dal vero non potevano o non volevano mostrare. Ma cosa guadagna il racconto e che cosa si rischia, quando la forma si allontana dalla registrazione diretta della realtà? E come può distinguere lo spettatore ciò che è documentato da ciò che invece è ricostruito? In definitiva, ogni scelta di forma è anche una presa di posizione sul proprio contenuto. Lo dimostrano alcune delle opere della 13esima edizione Film Festival Diritti Umani di Lugano, dove la forma è una parte essenziale di ciò che il film dice. Nyumba di Francesco Del Grosso, “casa” in swahili, racconta la storia di cinque migranti approdati in Calabria dopo aver attraversato il Mediterraneo e ricorda la strage di Cutro del 2023. A dare corpo ai loro ricordi è la sand art di Rachele Strangis, con la stessa sabbia della spiaggia dove tutto è accaduto. Il sospetto – Dalla banca al bancone di Piero Martinis è invece un’inchiesta sulla presenza mafiosa in una città immaginaria, Cerate, che ricorda molto da vicino Lugano. E le immagini de Il sospetto sono quasi tutte generate dall’intelligenza artificiale per proteggere le fonti, e il cortometraggio lo dichiara fin dall’inizio. Ospiti di Charlot, Daniele Dottorini, professore associato di cinema all’Università della Calabria e programmatore del Festival dei Popoli di Firenze, autore di La passione del reale. Il documentario o la creazione del mondo (Mimesis, 2018) e, insieme a Vittorio Iervese, di Lessico del reale. Le parole del cinema documentario (Meltemi, 2026). Con lui il regista, sceneggiatore, critico cinematografico e saggista Francesco Del Grosso, autore dei documentari Stretti al vento - Storie di navigazioni in solitario (2008) e Negli occhi (2009); e il documentarista e regista luganese Piero Martinis.

Oct 10, 2026

Il teatro come luogo in cui raccogliere le fonti e archiviare le macerie del presente, ma anche come rifugio in cui cercare senso di fronte a una Storia e a una Realtà che viaggiano a velocità incontrollabili. È la linea che Paola Tripoli, direttrice artistica del FIT Festival (29 settembre-11 ottobre 2026), ha impresso alla 35ª edizione della manifestazione luganese. Gli spettacoli in cartellone non sono soltanto teatro politico: sono l’affermazione di una resistenza a una Realtà/Spettacolo a cui opporre Spettacoli/Realtà. Opere che rifiutano risposte semplici per farsi vera e propria “geografia della rabbia” e “topografia del conflitto”. In un panorama dominato dalla semplificazione digitale, la scena si trasforma in un archivio di corpi e testimonianze, dove lo spettatore smette di essere passivo per farsi testimone consapevole delle fratture del nostro tempo.

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