
Show Notes
Nelle piazze e nei cortei del Sessantotto gli studenti invocavano “la fantasia al potere”. A tradurre quello slogan in realtà è stata forse più di ogni altra l’animazione giapponese, e nessuno lo racconta meglio dello Studio Ghibli. Fondato nel 1985 da Isao Takahata e Hayao Miyazaki insieme al produttore Toshio Suzuki, prende il nome da un vento caldo e secco che soffia dal Sahara verso il Mediterraneo. E il vento, da “Nausicaä della Valle del vento” a “Si alza il vento”, attraversa da sempre il cinema di Miyazaki. Da una parte Takahata, considerato un maestro del realismo storico e sociale con il suo capolavoro La tomba delle lucciole, dall’altra Miyazaki, poeta del fantastico e del sogno. Due sguardi complementari, uniti da un’amicizia nata alla Toei Animation negli anni Sessanta e dalla stessa fiducia nella capacità del disegno animato di raccontare il mondo. Di Miyazaki aveva colto il talento e l’originalità anche Akira Kurosawa, il regista di Rashōmon e I sette samurai, che disse: “Talvolta lo paragonano a me. Mi dispiace per lui perché lo abbassano di livello”. In una celebre intervista televisiva del 1993 Kurosawa confessò di aver amato “Il mio vicino Totoro”, e in particolare il Gattobus. Dal viaggio di documentazione sulle Alpi svizzere per la serie “Heidi”, nel 1973, fino alla nascita dello Studio Ghibli, ripercorreremo il cammino condiviso dai due maestri e alcuni dei capolavori che hanno segnato la storia dell’animazione mondiale. In equilibrio tra realismo e fantasia, natura e spiriti, musica e memoria. Voleremo sulle ali della fantasia, per scoprire come da un foglio di carta e una matita prenda vita la magia di un intero universo. Ospiti di Charlot, Andrea Fontana, saggista, critico cinematografico, sceneggiatore e autore di fumetti, tra i massimi esperti italiani di animazione giapponese, coautore con Enrico Azzano di Studio Ghibli. L’animazione utopica e meravigliosa di Miyazaki e Takahata (Bietti, 2024). E Luigi Paolo Zeni, yamatologo e curatore d’arte al Museo Rietberg di Zurigo, che con Christian Esposito ha firmato a Lugano la mostra Buon compleanno Heidi! 50 anni della serie animata.
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Il documentario è per definizione il cinema del reale, eppure non ha mai smesso di chiedersi come il reale vada raccontato. Mostrare, ricostruire, nascondere, evocare. Il cinema documentario, in più di un’occasione, ha usato l’animazione per raccontare ciò che le immagini dal vero non potevano o non volevano mostrare. Ma cosa guadagna il racconto e che cosa si rischia, quando la forma si allontana dalla registrazione diretta della realtà? E come può distinguere lo spettatore ciò che è documentato da ciò che invece è ricostruito? In definitiva, ogni scelta di forma è anche una presa di posizione sul proprio contenuto. Lo dimostrano alcune delle opere della 13esima edizione Film Festival Diritti Umani di Lugano, dove la forma è una parte essenziale di ciò che il film dice. Nyumba di Francesco Del Grosso, “casa” in swahili, racconta la storia di cinque migranti approdati in Calabria dopo aver attraversato il Mediterraneo e ricorda la strage di Cutro del 2023. A dare corpo ai loro ricordi è la sand art di Rachele Strangis, con la stessa sabbia della spiaggia dove tutto è accaduto. Il sospetto – Dalla banca al bancone di Piero Martinis è invece un’inchiesta sulla presenza mafiosa in una città immaginaria, Cerate, che ricorda molto da vicino Lugano. E le immagini de Il sospetto sono quasi tutte generate dall’intelligenza artificiale per proteggere le fonti, e il cortometraggio lo dichiara fin dall’inizio. Ospiti di Charlot, Daniele Dottorini, professore associato di cinema all’Università della Calabria e programmatore del Festival dei Popoli di Firenze, autore di La passione del reale. Il documentario o la creazione del mondo (Mimesis, 2018) e, insieme a Vittorio Iervese, di Lessico del reale. Le parole del cinema documentario (Meltemi, 2026). Con lui il regista, sceneggiatore, critico cinematografico e saggista Francesco Del Grosso, autore dei documentari Stretti al vento - Storie di navigazioni in solitario (2008) e Negli occhi (2009); e il documentarista e regista luganese Piero Martinis.
Il teatro come luogo in cui raccogliere le fonti e archiviare le macerie del presente, ma anche come rifugio in cui cercare senso di fronte a una Storia e a una Realtà che viaggiano a velocità incontrollabili. È la linea che Paola Tripoli, direttrice artistica del FIT Festival (29 settembre-11 ottobre 2026), ha impresso alla 35ª edizione della manifestazione luganese. Gli spettacoli in cartellone non sono soltanto teatro politico: sono l’affermazione di una resistenza a una Realtà/Spettacolo a cui opporre Spettacoli/Realtà. Opere che rifiutano risposte semplici per farsi vera e propria “geografia della rabbia” e “topografia del conflitto”. In un panorama dominato dalla semplificazione digitale, la scena si trasforma in un archivio di corpi e testimonianze, dove lo spettatore smette di essere passivo per farsi testimone consapevole delle fratture del nostro tempo.