Charlot

Partorire, a teatro

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Show Notes

L’esperienza del parto e della nascita del proprio bebè, per una donna, può essere molte cose. Un viaggio ai confini dell’umana sopportabilità. Un passaggio trasformativo a cui si guarda con preoccupazione, paura, grandissima emozione. Il parto, ancora per tante e troppe donne, anche in Svizzera, è un’esperienza traumatica o addirittura violenta… ma può anche essere qualcosa di bello e che infonde forza e potenza alla donna, soprattutto quando riesce a sentirsene protagonista, protetta e rispettata nei suoi ritmi e nelle sue volontà. La puntata odierna di “Charlot” esplora due progetti teatrali ticinesi in scena in questi mesi, incentrati su parto e salute femminile. Il primo è il collettivo teatrale lediecilune dell’omonima Associazione Casa Maternità e Nascita, nato da un laboratorio composto da levatrici, mamme e papà e guidato dalla regista Egidia Bruno, che dal 2023 gira il Canton Ticino con due produzioni: Alla luce, sulla bellezza del parto naturale e Benedette mestruazioni!, sulla ciclicità femminile, che sarà in scena lunedì 25 maggio al Teatro Foce di Lugano e prossimamente nelle scuole. Ne parliamo con la regista Egidia Bruno e con le levatrici e attrici-autrici de Lediecilune Anna Fossati e Jenny Gariglio. L’altro invece, destinato a un pubblico maggiore di 16 anni, usa gli strumenti del teatro documentario e del teatro fisico per spezzare uno dei grandi tabù della maternità: la violenza ostetrica, ovvero gli abusi fisici, emotivi o relazioni che la donna partoriente può subire da parte del personale medico-sanitario. Si intitola Schlagerparadies,20 Herzensbrecher ed è stato presentato al pubblico come produzione di fine Master dell’Accademia Teatro Dimitri della SUPSI dalla scrittrice, drammaturga e attrice teatrale Narayana Sieber.

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Oct 17, 2026

Il documentario è per definizione il cinema del reale, eppure non ha mai smesso di chiedersi come il reale vada raccontato. Mostrare, ricostruire, nascondere, evocare. Il cinema documentario, in più di un’occasione, ha usato l’animazione per raccontare ciò che le immagini dal vero non potevano o non volevano mostrare. Ma cosa guadagna il racconto e che cosa si rischia, quando la forma si allontana dalla registrazione diretta della realtà? E come può distinguere lo spettatore ciò che è documentato da ciò che invece è ricostruito? In definitiva, ogni scelta di forma è anche una presa di posizione sul proprio contenuto. Lo dimostrano alcune delle opere della 13esima edizione Film Festival Diritti Umani di Lugano, dove la forma è una parte essenziale di ciò che il film dice. Nyumba di Francesco Del Grosso, “casa” in swahili, racconta la storia di cinque migranti approdati in Calabria dopo aver attraversato il Mediterraneo e ricorda la strage di Cutro del 2023. A dare corpo ai loro ricordi è la sand art di Rachele Strangis, con la stessa sabbia della spiaggia dove tutto è accaduto. Il sospetto – Dalla banca al bancone di Piero Martinis è invece un’inchiesta sulla presenza mafiosa in una città immaginaria, Cerate, che ricorda molto da vicino Lugano. E le immagini de Il sospetto sono quasi tutte generate dall’intelligenza artificiale per proteggere le fonti, e il cortometraggio lo dichiara fin dall’inizio. Ospiti di Charlot, Daniele Dottorini, professore associato di cinema all’Università della Calabria e programmatore del Festival dei Popoli di Firenze, autore di La passione del reale. Il documentario o la creazione del mondo (Mimesis, 2018) e, insieme a Vittorio Iervese, di Lessico del reale. Le parole del cinema documentario (Meltemi, 2026). Con lui il regista, sceneggiatore, critico cinematografico e saggista Francesco Del Grosso, autore dei documentari Stretti al vento - Storie di navigazioni in solitario (2008) e Negli occhi (2009); e il documentarista e regista luganese Piero Martinis.

Oct 10, 2026

Il teatro come luogo in cui raccogliere le fonti e archiviare le macerie del presente, ma anche come rifugio in cui cercare senso di fronte a una Storia e a una Realtà che viaggiano a velocità incontrollabili. È la linea che Paola Tripoli, direttrice artistica del FIT Festival (29 settembre-11 ottobre 2026), ha impresso alla 35ª edizione della manifestazione luganese. Gli spettacoli in cartellone non sono soltanto teatro politico: sono l’affermazione di una resistenza a una Realtà/Spettacolo a cui opporre Spettacoli/Realtà. Opere che rifiutano risposte semplici per farsi vera e propria “geografia della rabbia” e “topografia del conflitto”. In un panorama dominato dalla semplificazione digitale, la scena si trasforma in un archivio di corpi e testimonianze, dove lo spettatore smette di essere passivo per farsi testimone consapevole delle fratture del nostro tempo.

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