Charlot

Orizzonti di scena

Charlot

Show Notes

Per lungo tempo la scrittura per la scena è stata messa in ombra dal primato della regia. Oggi, quell’equilibrio si sta ricomponendo: la parola torna a rivendicare il suo spazio vitale, facendosi corpo e indagine del presente. Questa settimana “Charlot” si trasforma in un osservatorio sulla nuova drammaturgia svizzera, e ha preso spunto dall’inversione di paradigma operata da LAC edu, che con il progetto “Drammaturgie per il Futuro”, è entrata nei licei luganesi senza aspettare i giovani in platea. Al centro della puntata la vetrina di Prismi, il laboratorio di scrittura drammaturgica di Luminanza che ogni anno accompagna alcuni giovani autori svizzeri nell’elaborazione di un progetto destinato alla scena. Un percorso sfociato quest’anno in un dialogo interlinguistico che ha toccato anche ChiassoLetteraria e la piattaforma zurighese Play Suisse. Attraverso un parterre di ospiti tutto al femminile — da Nina Negri a Fabiana Iacozzilli, fino a Giulia Rumasuglia —, scopriremo come testi nati nel corso del laboratorio possano in sole quarantotto ore di lavoro frenetico tra registe e interpreti farsi “corpo” e interpellare il presente. Dalla maternità caustica di Josephine Bohr alle visioni post-fossili di Sarah Calörtscher, fino alla Venere millenaria di Olivia Csiky Trnka: una puntata densa di visioni per capire dove sta andando la scena svizzera.

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Oct 17, 2026

Il documentario è per definizione il cinema del reale, eppure non ha mai smesso di chiedersi come il reale vada raccontato. Mostrare, ricostruire, nascondere, evocare. Il cinema documentario, in più di un’occasione, ha usato l’animazione per raccontare ciò che le immagini dal vero non potevano o non volevano mostrare. Ma cosa guadagna il racconto e che cosa si rischia, quando la forma si allontana dalla registrazione diretta della realtà? E come può distinguere lo spettatore ciò che è documentato da ciò che invece è ricostruito? In definitiva, ogni scelta di forma è anche una presa di posizione sul proprio contenuto. Lo dimostrano alcune delle opere della 13esima edizione Film Festival Diritti Umani di Lugano, dove la forma è una parte essenziale di ciò che il film dice. Nyumba di Francesco Del Grosso, “casa” in swahili, racconta la storia di cinque migranti approdati in Calabria dopo aver attraversato il Mediterraneo e ricorda la strage di Cutro del 2023. A dare corpo ai loro ricordi è la sand art di Rachele Strangis, con la stessa sabbia della spiaggia dove tutto è accaduto. Il sospetto – Dalla banca al bancone di Piero Martinis è invece un’inchiesta sulla presenza mafiosa in una città immaginaria, Cerate, che ricorda molto da vicino Lugano. E le immagini de Il sospetto sono quasi tutte generate dall’intelligenza artificiale per proteggere le fonti, e il cortometraggio lo dichiara fin dall’inizio. Ospiti di Charlot, Daniele Dottorini, professore associato di cinema all’Università della Calabria e programmatore del Festival dei Popoli di Firenze, autore di La passione del reale. Il documentario o la creazione del mondo (Mimesis, 2018) e, insieme a Vittorio Iervese, di Lessico del reale. Le parole del cinema documentario (Meltemi, 2026). Con lui il regista, sceneggiatore, critico cinematografico e saggista Francesco Del Grosso, autore dei documentari Stretti al vento - Storie di navigazioni in solitario (2008) e Negli occhi (2009); e il documentarista e regista luganese Piero Martinis.

Oct 10, 2026

Il teatro come luogo in cui raccogliere le fonti e archiviare le macerie del presente, ma anche come rifugio in cui cercare senso di fronte a una Storia e a una Realtà che viaggiano a velocità incontrollabili. È la linea che Paola Tripoli, direttrice artistica del FIT Festival (29 settembre-11 ottobre 2026), ha impresso alla 35ª edizione della manifestazione luganese. Gli spettacoli in cartellone non sono soltanto teatro politico: sono l’affermazione di una resistenza a una Realtà/Spettacolo a cui opporre Spettacoli/Realtà. Opere che rifiutano risposte semplici per farsi vera e propria “geografia della rabbia” e “topografia del conflitto”. In un panorama dominato dalla semplificazione digitale, la scena si trasforma in un archivio di corpi e testimonianze, dove lo spettatore smette di essere passivo per farsi testimone consapevole delle fratture del nostro tempo.

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