
Show Notes
® Potrebbero sembrare storie di altri – meno fortunati di noi – quelle al centro degli spettacoli di cui si occupa Charlot questa settimana. Ma a osservarle più da vicino non ci raccontano solo il coraggio e la speranza che anima chi si mette in viaggio dall’Africa o dal Vicino Oriente lungo le rotte migratorie più letali al mondo. I protagonisti di A place of Safety, il nuovo lavoro del collettivo Kepler- 452, più ancora dei migranti sono coloro che con i migranti si trovano a lavorare, a volte per salvarli da situazioni di grande pericolo, altre per accoglierli e aiutarli in quello che spesso sarà un percorso complesso di integrazione. E se il coraggio non manca nemmeno a questi protagonisti, più che la speranza nei loro occhi traspare a volte, la frustrazione e la disillusione. Kepler-452 lavora da tempo sul teatro documentario e con questa forma ha costruito anche il suo ultimo lavoro dopo aver trascorso alcune settimane a bordo della Sea Watch 5 mentre era impegnata in operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale. Slow Motion è un esempio invece di teatro partecipato e nasce per iniziativa del Festival di Arzo e che vede confrontarsi un gruppo di persone che vivono nel nostro territorio, alcune con un passato, e un presente migratorio, altre residenti da sempre. Charlot ha seguito quell’incontro e ne propone il reportage in queta puntata. Prima emissione: 21 dicembre 2025
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Il documentario è per definizione il cinema del reale, eppure non ha mai smesso di chiedersi come il reale vada raccontato. Mostrare, ricostruire, nascondere, evocare. Il cinema documentario, in più di un’occasione, ha usato l’animazione per raccontare ciò che le immagini dal vero non potevano o non volevano mostrare. Ma cosa guadagna il racconto e che cosa si rischia, quando la forma si allontana dalla registrazione diretta della realtà? E come può distinguere lo spettatore ciò che è documentato da ciò che invece è ricostruito? In definitiva, ogni scelta di forma è anche una presa di posizione sul proprio contenuto. Lo dimostrano alcune delle opere della 13esima edizione Film Festival Diritti Umani di Lugano, dove la forma è una parte essenziale di ciò che il film dice. Nyumba di Francesco Del Grosso, “casa” in swahili, racconta la storia di cinque migranti approdati in Calabria dopo aver attraversato il Mediterraneo e ricorda la strage di Cutro del 2023. A dare corpo ai loro ricordi è la sand art di Rachele Strangis, con la stessa sabbia della spiaggia dove tutto è accaduto. Il sospetto – Dalla banca al bancone di Piero Martinis è invece un’inchiesta sulla presenza mafiosa in una città immaginaria, Cerate, che ricorda molto da vicino Lugano. E le immagini de Il sospetto sono quasi tutte generate dall’intelligenza artificiale per proteggere le fonti, e il cortometraggio lo dichiara fin dall’inizio. Ospiti di Charlot, Daniele Dottorini, professore associato di cinema all’Università della Calabria e programmatore del Festival dei Popoli di Firenze, autore di La passione del reale. Il documentario o la creazione del mondo (Mimesis, 2018) e, insieme a Vittorio Iervese, di Lessico del reale. Le parole del cinema documentario (Meltemi, 2026). Con lui il regista, sceneggiatore, critico cinematografico e saggista Francesco Del Grosso, autore dei documentari Stretti al vento - Storie di navigazioni in solitario (2008) e Negli occhi (2009); e il documentarista e regista luganese Piero Martinis.
Il teatro come luogo in cui raccogliere le fonti e archiviare le macerie del presente, ma anche come rifugio in cui cercare senso di fronte a una Storia e a una Realtà che viaggiano a velocità incontrollabili. È la linea che Paola Tripoli, direttrice artistica del FIT Festival (29 settembre-11 ottobre 2026), ha impresso alla 35ª edizione della manifestazione luganese. Gli spettacoli in cartellone non sono soltanto teatro politico: sono l’affermazione di una resistenza a una Realtà/Spettacolo a cui opporre Spettacoli/Realtà. Opere che rifiutano risposte semplici per farsi vera e propria “geografia della rabbia” e “topografia del conflitto”. In un panorama dominato dalla semplificazione digitale, la scena si trasforma in un archivio di corpi e testimonianze, dove lo spettatore smette di essere passivo per farsi testimone consapevole delle fratture del nostro tempo.