
Show Notes
In questa prima puntata parleremo di un libro che, quando uscì per la prima volta, nel 1969, fece tremare un paese. A distanza di più di cinquant’anni, l’uragano Portnoy promette di portare ancora scompiglio nella comunità dei lettori, non per lo scandalo, ma per le sue formidabili qualità letterarie.
Quella che arriva in libreria in questi giorni è un’edizione completamente nuova, a partire dal titolo, che s’interroga sul concetto di fedeltà nella traduzione, e riporta al centro il personaggio, come sanno fare i grandi romanzi.
Ne parliamo con Matteo Codignola, curatore e traduttore dell’edizione che inaugura la ripubblicazione presso Adelphi di tutte le opere di Philip Roth in nuova traduzione, e con la Professoressa Elèna Mortara, grande esperta di Roth e curatrice del Meridiano a lui dedicato.
Il libro di cui si parla in questo episodio è: * Portnoy, di Philip Roth, A cura di Matteo Codignola, Fabula, 421 2025, pp. 283
Cover: © CAPP ENTERPRISES, INC.
More from Vedere voci
Abituato alle false simmetrie che ogni buon disegno nasconde, Tullio Pericoli sa che dietro alcuni modi di dire possono celarsi trabocchetti. E allora, quel “... ha una bella età!” che si usa dire a proposito di chi abbia raggiunto venerabili traguardi anagrafici, nel titolo del suo ultimo libro si rovescia con garbata ironia: quella raggiunta in questi giorni da Pericoli - che il 2 ottobre compie novant’anni – è davvero una bella età, degna di essere celebrata con elegante understatement, come fosse una nota a margine fra le tante che il suo splendido taccuino di note di lavoro elargisce al lettore. E d’altra parte, come potrebbe non esser bella, un’età, quando permette di tenere solo ciò che è davvero essenziale a chi abbia fatto della sottrazione un modus operandi esistenziale oltre che artistico?
Prendiamo spunto dal titolo di una poesia di Nina Cassian – C’è modo e modo di sparire - per entrare in una puntata nella quale compiremo alcuni passi attorno al fuoco dell’assenza, attraverso due interviste con gli autori di altrettanti romanzi.
Bussiamo alla porta di un grande tessitore di sogni e labirinti, Jorge Luis Borges, per chiedergli in prestito un titolo: Il prisma e lo specchio. Forse, solo un visionario come Borges poteva individuare in due strumenti ottici altrettanti modi di intendere l’arte. Da una parte il prisma, cristallo che scompone la luce in una inafferrabile molteplicità di colori e prospettive; dall’altra lo specchio, che mentre riflette la nostra immagine invertendone la simmetria, ci costringe a guardare più a fondo ciò che abbiamo davanti — e ciò che crediamo di conoscere di noi stessi. Il prisma e lo specchio ci aiuteranno dunque a illuminare della luce più giusta i tre libri di cui parleremo in questa puntata. Tre libri molto diversi, eppure misteriosamente vicini.
Apriamo questa nuova puntata di Vedere voci con una citazione di Saul Steinberg, disegnatore di genio. Dagli inchiostri di Steinberg sono scaturite alcune fra le rappresentazioni più argute fra quelle che l’arte del Novecento abbia dedicato ai riflessi e alle ombre. Ma se è lo stesso Steinberg a dire che in natura non si dà alcuna simmetria all’infuori di quella orizzontale che l’acqua rimanda a ciò che vi si specchia, gli esseri umani possono trovare un ambiguo riflesso di sé nei propri fratelli e sorelle. A volte, in loro, possono veder prendere forma la propria ombra. Di fratelli e sorelle, di rispecchiamento e lati oscuri, di positivi e negativi, parleremo dunque in questa puntata, indagando sul modo in cui questi temi sono stati declinati in tre libri e accompagnandoci con le voci di scrittori, giornalisti e traduttori.
In questa puntata vi proporremo di indagare su una parola antica, ambigua, potentissima: monstrum. Il mostro non è soltanto ciò che ci spaventa, ciò che respingiamo, ciò che vorremmo tenere fuori dal campo del visibile. È anche ciò che - etimologicamente - mostra: una forma estrema, un segno, una possibilità della natura, dell’animo umano, della storia. Proveremo ad attraversare il concetto in tre movimenti. Con Paolo Mereghetti, partiremo da L’uomo elefante di Frederick Treves, il caso clinico e umano di John Merrick che David Lynch avrebbe poi portato sullo schermo in The Elephant Man. Qui il mostro è guardato da un medico vittoriano, ma quello sguardo, pur nato dentro un’epoca di teatri anatomici e freak show, si apre a qualcosa di più fragile e più alto: la pietas, la partecipazione, la possibilità di riconoscere l’umano là dove il mondo vede soltanto deformità. Con Nadia Fusini, entreremo poi nel territorio ambiguo disegnato da Robert Louis Stevenson col suo Master di Ballantrae, dove il mostruoso non ha bisogno di un corpo fuori norma: può abitare il fascino, l’eleganza, la forza seduttiva del male. Infine, con Benjamín Labatut, allargheremo il campo fino alla scienza, al progresso, alle accelerazioni e alle catastrofi attraverso cui l’uomo sembra continuamente rifondare sé stesso.